La gestione della diga del Brugneto riaccende la “guerra dell’acqua” tra Liguria ed Emilia-Romagna, consumando un clamoroso cortocircuito tutto interno al Partito Democratico. Al centro della contesa c’è il nuovo Accordo di Programma siglato a luglio 2026 per regolare i rilasci estivi dall’invaso artificiale ligure verso la Val Trebbia, nel Piacentino. Un’intesa nata per superare i vecchi accordi del 1987, ma che ha finito per spaccare gli amministratori Dem sui due lati dell’Appennino.
Da una parte, il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale ha rivendicato l’aumento dei rilasci a 4 milioni di metri cubi all’anno come una vittoria vitale per l’agricoltura e l’ecosistema piacentino. Dall’altra, la mossa ha innescato la dura reazione del Comune di Genova, guidato dalla sindaca Vittoria Salis, che ha impugnato l’accordo davanti al TAR della Liguria.
La sindaca di Genova ha difeso la scelta parlando di un atto dovuto per tutelare l’approvvigionamento idropotabile dei propri cittadini di fronte al rischio di future siccità, respingendo le accuse di egoismo territoriale. Questa mossa legale ha però scatenato l’ira dei rappresentanti PD di Piacenza. Gli esponenti emiliani hanno espresso profonda amarezza per un ricorso giudicato lesivo della solidarietà istituzionale, soprattutto perché promosso da una giunta dello stesso colore politico.
Il caso Brugneto si trasforma così in un paradosso politico: una faida interna al PD dove le esigenze di tutela ambientale e agricola dell’Emilia-Romagna si scontrano frontalmente con le necessità idriche urbane di Genova. Mentre i territori si barricano dietro le rispettive scadenze legali del TAR, il partito si trova sospeso tra la logica dei confini amministrativi e la difficile sintesi di una risorsa vitale che non conosce appartenenze politiche.




