La fine degli Ultra – ras: crolla lo strapotere dei clan criminali ultrà, arricchitisi con la violenza negli stadi

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La fine degli Ultra – ras: crolla lo strapotere dei clan criminali ultrà, arricchitisi con la violenza negli stadi

Luca Vincenti criminologo
Prende forma dopo più di 20 anni il Decalogo Antiviolenza (10 Regole per fare il Tifo) del criminologo Vincenti.

“Da oggi società di calcio e veri tifosi saranno liberi di sostenere e tifare la loro squadra del cuore senza più subire condizionamenti dagli Ultrà.” Questo quanto dichiarato dall’Associazione ‘Fratellanza per la pace’, che ha precisato “Il Grifone ha finalmente spezzato le catene che lo hanno tenuto per decenni imbrigliato in una gabbia di malaffari edificata da una masnada di faccendieri senza scrupolo.”

“Una storia purtroppo che oggi è emersa in tante altre curve italiane, – ha dichiarato il Presidente dell’Associazione Luca Vincenti– e che ha fatto di Genova la cattiva maestra di un tifo deviato, insegnando agli ultrà italiani (del Milan, dell’Inter e della Juventus in testa) un modello sbagliato di tifo malato, capace di condizionare la propria squadra dentro e fuori il campo: baciando pedissequamente la mano alle organizzazioni criminali, servendo gli interessi personali di un ristretto gruppo che dell’essere ultras ne ha fatto un’illecita professione.”

“Un piccolo sparuto manipolo di individui, che per anni ha perseguito solo i propri redditizi interessi, lucrando sulle ‘piume’ del Grifo, sfruttando e oltraggiando l’amore per la gloriosa maglia del Genoa, incutendo paura, seminando violenza diretta sui propri ‘fratelli’ genoani. Questo è accaduto un po’ in tutta Italia, in quasi tutte le curve della penisola con un’invasività più o meno marcata a seconda dell’aggressività del gruppo ultras e degli interessi in gioco”, sottolinea Vincenti, che più di 20 anni fa ha scritto ilDecalogo Antiviolenza 10 Regole per fare il Tifo,in qualità di criminologo.

“Le vittime degli Ultras sono i veri tifosi amanti dello sport, perché bisogna precisare che tifoso non è sinonimo di ultrà. Una confusione che questi ultimi hanno sempre utilizzato per costruire la loro apologia di massa, usando i tifosi a loro uso e consumo per fare numero sugli spalti, esortando il coro quando serviva, per poi misconoscerlo e bastonarlo quando dovevano numerare le banconote in silenzio.

Negli anni –continua Vincenti – abbiamo visto la società di calcio Genoa, insieme a tante altre, in serie difficoltà nell’amministrare l’azienda calcio, perché non dimentichiamolo, anche per i migliori investitori il calcio é un affare. Società sempre più disorientate, tramortite, condizionate con metodi più o meno mafiosi e incapaci di reagire ai soprusi di un mannello di mercanti pseudo tifosi, costantemente impegnati a racimolare ’30 denari’ per arricchirsi tradendo il prossimo.”

Attraverso una nota, che riportiamo di seguito, il Presidente diFratellanza per la pace’racconta la storia e l’evoluzione del fenomeno, anche attraverso esperienze dirette.

“Dagli anni ‘70 nasce un vero e proprio condizionamento fatto di violenza sui propri fratelli tifosi per il controllo totale delle curve. E’ la penetrazione degli ultrà nell’affare calcio.

Era la fine degli anni ‘70, ed ero bambino, e poi diventavo adolescente – ribelle e non lo rinnego un certo passato – quando vedevo sugli spalti ‘giustiziare’ i compagni di fede. Coloro che sentivo respirare gomito a gomito e cantare con me. Con i quali guardavo, rigorosamente in piedi le partite, sulle gradinate: vicino a mio nonno, vicino a mio padre, vicino a loro, ‘di padre in figlio’.

Sono diventati i miei ‘sconosciuti’ fratelli. Genoani, ma potevano essere anche di un’altra tifoseria se io fossi nato in un’altra città. Per me, molti di loro ancor oggi non hanno un nome, ma tutti hanno un volto che rammento di striscio, dopo tanti anni, come in un onirico ricordo.

Quegli ‘sconosciuti’ che ti abbracciano in lacrime appena segnato un goal, e che la domenica dopo sono diventati già i tuoi amici di sempre. Perché loro sono parte del tuo popolo, di quello spettacolo che è il calcio e che crea una identità collettiva in ogni piccolo e grande stadio d’Italia, indipendente dalla categoria. Tutti i tifosi sono fratelli di una ‘fede’rispettabile. Che va rispettata.

Questo è ciò che si chiama ‘appartenenza’,amare il calcio e la propria squadra di padre in figlio. Non è certo quell’appartenenza ultras brandita come un’arma sotto la minaccia della violenza e dell’estorsione per convincerti a cantare, a stare zitto, a donare per la “coreografia” (molte volte per i detenuti) a farti ‘regalare’ i biglietti.

Quei semplici tifosi, lì sempre al solito posto, solo per amare il Genoa e niente altro! Senza nulla chiedere in cambio, ma felici di appartenere al Genoa, e che il Genoa appartenga a loro, solo come simbolo e fede da tifare e non come affare.

Disgusta vedere ogni domenica uno sconosciuto ‘fratello’, un padre qualsiasi picchiato e umiliato sanguinare davanti ai propri figli, alle proprie moglie o fidanzate, senza alcuna ragione apparente, solo perché osavano orgogliosamente ribellarsi a quella sporca ‘dozzina’ di brigantida due soldi.

‘Giustiziati’ davanti a tutti per educare gli altri spettatori, e rendere i loro corpi docili, mansueti. Ma i veri tifosi volevano altro: tifare senza alcun condizionamento il “loro” Genoa. Sempre, Comunque e Ovunque. Alla fine hanno vinto i tifosi del Genoa, e molte altre tifoserie sono pronte a riprendersi in mano il gioco del calcio come pura passione e divertimento. Liberi di tifare.

– La resilienza dei tifosi nei confronti degli ultrà. Bandiere e canti liberi contro i pestaggi e la violenza ultras.

Per questo i tifosi non rinunciavano a venire allo stadio con le loro bandiere, issando lo stupendo drappo rossoblù raffigurante il fiero animale totemico – il Grifo –che sembrava prendere vita nelle pieghe del vento.

Anche quando non ricevevano il permesso dai capi indiscussi, i tifosi genoani come impavidi marinai, hanno sempre portato allo stadio le loro bandiere‘cucite dalle proprie donne’ tenendole issate per tutta la partita. Le pesanti bandiere bagnate lavavano tutto, anche la vergogna delle botte prese dai soliti ‘banditi’.

Tifosi, persone, pronte a pagare la convenzionale punizione corporale,pronte a disobbedire, con l’acre sapore del sangue in gola, un’aggressione improvvisa come un’imboscata a tradimento. Giù tutti gli ultrà dalla gradinata in massa! Tutti contro uno come un branco di lupi, o meglio dire infami sciacalli.

Tra le bandiere sventolanti della festosa gradinata all’improvviso sgorgava giù il sangue, che come una macchia sporcava quella finta fede e fratellanza professata dagli ultrà. Delinquenti comuni che pretendevano di farsi poi rispettare da chi li assisteva come capi indiscussi.

Eh si, perché loro, i ‘capi’, facevanosporcare le mani ai più giovani; questi ‘bravi’ erano pronti a tutto pur di entrare a far parte del gruppo da piedistallo. Servivano ai loro leader sul vassoio d’argento questa violenza come la loro prova di fedeltà, il proprio fiero ‘battesimo’ di banda.

Quando la domenica successiva i tifosi ‘umiliati’ tornavano al loro posto sugli spalti i ‘bravi’ erano sempre lì, ad attenderli per deriderli. Braccia conserte e gambe divaricate come statue d’argilla, gonfie d’aria di sfida a controllare il loro fortino, il loro territorio da spremere e sfruttare.

I tifosi muti, riemarginati nell’orgoglio. Colpevoli di amare senza compromessi il Genoa Cricket and Football Club, offrendo sempre quel sostegno incondizionato alla squadra coi cori improvvisati. I tifosi instancabili sostenevano i colori della centenaria maglia che li faceva sognare o piangere. Ma a chi interessava davvero il risultato? Loro, i tifosi, tornavano a casa senza voce, o se avevano fortuna con un pallone sotto la maglia rossoblù slargata al collo. Un pallone di pelle finito per errore sugli spalti, e poi sparito improvvisamente tra le mille mani della gradinata e mai restituito.

Non senza pagare pegno! Non era raro che qualcuno degli ultras gli balzasse addosso per spaccargli a calci la faccia e derubarli di quel trofeo ora insanguinato. Loro dignitosamente si asciugavano la bocca e attendevano che arrivasse quel giorno.

Questo era il calcio di allora, tra i tamburi percossi a suon dieroina, Aids e violenza ciondolante come coro di sottofondo. Da una parte i pacifici tifosi, dall’altra gli ultrà e la loro tanto decantata ‘mentalità’ fatta di assurde e contraddittorie ‘regole’,che hanno istituito e per primi non hanno mai rispettato.

– Una dura convivenza quella tra i tifosi e gli autoproclamati ‘capi’ ultrà. Gli ‘sporcavoce’ del Tifo.

I genoani non lo hanno mai detto apertamente, ma è stata una dura convivenza quella con quegli ultrà. Negli stadi italiani, le cose non sono andate diversamente. Stadio che vai, dittatori che trovi. Una convivenza durata circa 40 anni, trasmessa di generazione in generazione, ma i veterani erano sempre lì a fare cassetto, nominando successori, senza nemmeno prendersi la responsabilità di indicare apertamente – con il dito – il proprio successore.

Anzi spesso confondendo le alleanze e ingraziandosi, inimicizie cucendo e strappando gemellaggi come la carta igienica che lanciavano dall’anello a inizio e fine partita. Per questo non è errato definirli gli ‘sporcavoce del tifo’.

Un piccolo gruppetto di abili parolieri ampiamente sopravvalutati si sono lentamente insediati e impadroniti del mondo del calcio italiano, come un cancro divenuto una metastasi che dal locale si è allargato a macchia d’olio su scala nazionale ed è diventato inarrestabile. Fino ad oggi, fino a questo punto.

Autoproclamati e autocelebrati leader, scomunicavano con la violenza e la diffamazione i loro candidati competitor che aspiravano diventare a loro volta ‘boss’, capipopolo, macchiandosi pur di ‘salire’ di ogni slealtà e aggressione anche tra gli stessi gruppi ultrà in una competizione dinamica e schizofrenica tipica dei ‘ras’.

Diventati padroniprima di un pezzo di ringhiera, poi di uno spalto di cemento, poi di un’intera balausta, poi di una curva, e infine di uno stadio intero (santificato a tempio del proprio culto idolatrico-personale) per beatificare i loro affari più loschi,diventavano illegittimamente gli ‘sporcavoce’ di tutta la tifoseria della città. Ciò avveniva via, via in tutta Italia.

Lentamente hanno fagocitato tutto. Si sono arrogati il diritto di decidere ogni cosa. Cosa fosse concesso ai tifosi, come andare in una trasferta, dove fermarsi e con quali mezzi, da chi comprare i biglietti, con quale modalità tifare la squadra, cosa portare allo stadio. Hanno governato indiscussi remando contro gli interessi della loro squadra, della loro maglia (che per ironia della sorte) hanno pure finito per far togliere ai propri calciatori perché – loro?– “indegni” dei colori in campo.

– Il Controllo del territorio Stadio da parte degli ultrà e l’esautorazione delle Società di calcio.

Contro le molteplici proprietà societarie succedute – quando legittimamente non assecondavano i loro interessi – gli ultrà decidevano per tutti i genoani quando sostenere la squadra, o quando condannarla alla gogna, quando contestare la società e che misure adottare contro di essa o i calciatori. L’oggetto di contestazione non era tanto il ‘risultato’, quanto l’atteggiamento concedente/non concedente della società di calcio.Questa fase la potremmo battezzare e definire l’epocadelle indulgenze’, ove le società di calcio invece che denunciare – subito – sono rimaste impietrite a ‘guardare’.

Eppure il dissenso, i fischi contro gli ultrà allo stadio arrivavano dagli stessi tifosi, ma venivano immediatamente placati dai ‘bravi’. Questi soggetti pur andando contro lo sport e contro il Genoa sono stati lì a governare per più di quarant’anni.Nemmeno in Italia è durato tanto lo stesso governo.

Leader indisturbati che facevano pagare il ‘biglietto’ agli altri membri di banda che si ‘accollavano’ responsabilità di bravate che non avevano commesso in prima persone, come nella logica di una gang di strada che prevede che la testa di legno salti e paghi per tutti.

Ed è intorno agli anni 2000 che il mondo della malavita inizia ad avvicinare gli ultrà, fagocitandoli.Fiutando il business li hanno reso in varia misura i loro servili pupazzi che si muovono in modo maldestro in un teatrino; le loro curve.

Un destino che il Genoa non meritava di vivere! Per tanti lunghi anni, e che lo ha condannato spesso dentro il perimetro di gioco, a pagare tributo in classifica e a scandali,a discapito dei suoi gioiosi tifosi che meritavano di più dato il loro fervore.

Il Grifone per questi tifosi era il ‘totem’ da onorare. Ammirato in tutto il mondo, ha costruito coi suoi amabili tifosi, naturali gemellaggi con altre tifoserie italiane ed estere che lo hanno amato per la sua travolgente ‘tifositá’. Per il modo dei tifosi genoani di essere un antropologico clan, la genoanità ha sempre avuto il sapore di una festosa famiglia in viaggio con tamburi, bandiere e canti intonati a squarciagola. Fino a non poter più nemmeno parlare.

Il popolo genoano, quello del tifo vero, è sempre stato pronto ad abbracciare tutti i nuovi genoani che volevano far parte di quella grande famiglia che porta con sé un lungo e ancestrale lignaggio. Gli ultras no, facevano selezione su chi portare in trasferta e chi no. A chi aveva le mani pesanti regalavano viaggio e biglietto(che non veniva ovviamente pagato dagli ultras, ma ceduto dalle società) e una bella sniffatina per metterli meglio in ‘moto’ negli scontri.

– La rottura dei gemellaggi, e la creazione di nuove “amicizie” fondate sul tornaconto personale.

Decennali e splendidi gemellaggisono stati distrutti e spazzati via, via negli anni. Uno dopo l’altro da quella sporca dozzina di faccendieri senza gloria. Grandi amicizie con festose tifoserie innamorate della loro squadra del cuore, (come il Napoli ad esempio per citarne solo una) ma anche della nostra maglia, e di noi, come persone. Ci hanno accolto esausti, percorsi 850 chilometri con ogni mezzo possibile. Attendendoci alla ‘porta’ come fa un familiare con i propri figli che non vede da anni. Eppure alcuni di loro non si erano mai visti prima: “Genoa… Genoa… Genoa…” urlavano!

Erano gioiosi di scambiare con noi un pezzo di stoffa, una sciarpa (che per noi e per loro) era un pezzo di cuore strappato dal petto, ma che veniva donato con affetto profondo e sincero.

Questo deve essere il calcio nella sua essenza: fusione, alterità, unione e non esplosione, divisione, interesse personale. Nessuno si è mai scandalizzato per qualche cazzotto, ma il ‘calcio’ degli ultrà, deve sparire ed inabissarsi. Detestano il calcio moderno perché è figlio di quelle leggi ad hoc fatte per limitare i loro illegittimi poteri che per decenni hanno finito per scoppiare il pallone e lasciare per terra una lunga scia di morti (si veda l’omicidio Bellocco).

– Gli Ultra-Ras: i dittatori del Tifo Violento.

Una minoranza di Ultras si ė impadronita della forza visivadi questo popolo e delle gloriose insegne del Grifo (e di altri animali totemici e mitologici che svettano su altri club calcistici in Italia e nel mondo).

Si sono impadroniti delle sue ancestrali origini storico-mitologiche, erigendosi e autoproclamandosi come i protettori del ‘mito’ Genoa. Sotto le vesti apparente dei buoni samaritani e di protettori del popolo genoano maldestramente travestiti, si sono rivelati rapidamente per ciò che sono: dittatori del tifo, tanto da definirli – con un nostro neologismo – come gli Ultra-Ras del calcio.

Hanno convinto il popolo rossoblù(e ciò è avvenuto anche in tante altre tifoserie) che senza di loro, senza i loro striscioni, il loro coordinamento, senza la ‘protezione’ del loro gruppo ultras(che altro non era che una palla al piede) il Genoa, il tifo, non sarebbe mai esistito.

Hanno convinto i tifosi che per andare in trasferta dovevano essere protetti, irregimentandoli, e hanno creduto di poterli rendere per sempre docili e servili in cambio del mancato pestaggio.

Ciò che emerge oggi sul quotidiano “Il Giorno” la dice lunga, perché sono gli stessi ultrà di Milano, finiti nella black-list della società e ora indesiderati allo stadio, che affermano “non esiste la minima condizione che ci permetta di fare il tifo come siamo abituati da decenni, tenetevi (nda riferito alla società Milan) il vostro teatrino. Meno male voglio dire!

Finalmente si ritorna al tifo spontaneo, quello inglese, tanto caro a tutti gli ultrà e tanto decantato da questi ultimi da decenni, che osannano il tifo spontaneo inglese come un vero tormentone amarcord: “contro il calcio moderno torniamo alle origini”.

Si tornerà così al tifo spontaneo degli anni ‘70-‘80, non per loro scelta, ma per volontà delle società di calcio (e delle istituzioni) che una dopo l’altra si rifiuteranno di essere ricattare a ‘casa’ loro.

Il taglio alla speculazione, lo svuotamento degli interessi economici (i biglietti omaggio), metterà in ginocchio il business degli ultrà che sarà destinato a fallire, mandando in pensione un’intera classe di professionisti della violenza sportiva, che vivono dal lunedì alla domenica di queste entrate spesso illecite o al confine con il lecito e l’illecito.

Finalmente nessun tifoso dovrà più chiedere l’autorizzazione agli ultras(pena essere picchiato) per esporre il proprio striscione dedicato alla squadra se appartiene a un gruppo ‘minore’. Nessun deciderà più nulla per un qualsiasi altro tifoso!

– L’apologia degli ultras: senza di Noi un Tifo travolgente nel calcio non sarà possibile.

Gli ultrà ci hanno convinto per anni che loro erano indispensabili per far vincere la nostra squadra. Nulla è più falso e apocrifo. Il tifo del Genoa, ė un tifo inglese, come la maggior parte sorto negli anni ‘70-’80 negli stadi italiani. Tifo spontaneo e anima ruggente di popolo che percorre migliaia di chilometri in lunghe carovane per andare ad urlare nei più remoti campi di calcio a squarciagola il nome della propria squadra. E come accade al Genoa, ciò accade – ed accadrà – per le altre fedi calcistiche. E’ vero il coordinamento e l’organizzazione hanno migliorato l’azione collettiva, ma il tifo non è il karaoke, l’ho sempre detto da quando sono saltati fuori i microfoni coi fili nelle gradinate.

State certi che costoro che hanno governato con paura e violenza non sono mai stati innamorati del Grifone – o dei loro club di appartenenza – ma hanno tirato per decenni il carro per seminare i loro interessi e mungere indisturbati la ‘vacca’.

Hanno tradito soprattutto lo spirito di fratellanza innato che lega in modo spontaneo tutti i tifosi, con l’intento di dividere questo meraviglioso popolo del tifo genoano. Perché i tifosi sono i veri e impareggiabili amanti dei colori di un club. I tifosi non chiedono null’altro che vedere correre le maglie strappateal vento dalla A alla C, dalla C alla A. Sotto il sole o sotto la pioggia poco conta, da bambini e da adulti, da anziani chi fa questo per tutta la vita non vuole più obbedire alle regole di nessuno! Il Grifo ora ė libero!

Ed ecco che oggi il genoano ė un popolo in festa che non ha più alcuna sudditanza né paura di tifare. E presto – grazie alle nuove leggi antiviolenza che già dal 2003 avevo raccomandato scrivendone una proposta di Legge – saranno libere anche le altre tifoserie italiane.

– Scomunica silenziosa dei tifosi dal mondo dei Ultra-Ras.

Alcuni tifosi in questi anni si sono ribellatia questo sistema mercenario e violento sorretto dalla paura e fondato sul timore reverenziale, sulla repressione e sulla violenza fisica per contendersi il potere in gradinata con la spregiudicatezza degli Ultra-Ras.

Alcuni tifosi hanno sofferto anni in silenzio, altri hanno taciuto per paura, altri ancora hanno disertato gli spalti allontanandosi senza mai rinnegare l’amore e la fede verso il Genoa (o la propria fede calcistica) accendendo la “radiolina” di nascosto da mogli e figli a cui hanno promesso di ‘smetterla’ con questa tormentata passione.

Perché il Genoa è di tutti (perché il calcio è di tutti) e non di un manipolo di persone o di 2 o 3 leader. Tutti volevano un Genoa libero e uno sport per tutti, oggi lo abbiamo.

Perché il Genoa è il nostro simbolo che si traduce in un sentimento collettivoche ci rispecchia nell’anima e ci fa appartenere uno all’altro, così come un popolo. Forse il club, il tifo è ahimè l’ultimo brandello di identità locale-nazionale che è rimasta viva in noi, in Italia. Un vero popolo che ci fa sperimentare in decine di migliaia di corpi dentro un rettangolo la stessa cosa in un unico grande momento, un battito di cuore collettivo che si trasforma in una voce pulsante ed esplodente all’unisono: la Genoanità!

Una comunione, una fratellanza, un’alterità collettiva trasversale ed intergenerazionale ed interclassista che fonde insieme tutte le classi sociali, generi e generazioni. Una fusione che altrimenti non sarebbe raggiungibile, in nessun altro luogo, spazio se non nel metaverso del tifo per la propria squadra del cuore. Qualsiasi essa sia.

– La Libertà del Grifone e degli altri ‘animali totemici’ che rappresentano le simbologie dei club calcistici italiani. La Liberazione delle società di calcio e dei tifosi dal dominio degli Ultra-Ras

Il Grifone oggi si libera definitivamente dal male e torna a volare sopra le teste dei suoi tifosi: Orgoglioso, Fiero, Severo il ‘Grifone Va’ come recita il suo glorioso inno. Il Grifo domina dall’alto la sua Casa. lo Stadio Luigi Ferraris.

Confido soprattutto che tutte le società di calcio inizino a denunciare, e a non lasciare soli i tifosi in mano agli ultras, facendo degli inutili compromessi. Soprattutto mi auguro che non vi siano più indugi a denunciare il condizionamento diretto e indiretto, e tentativi di estorsione.

Voglio augurarmi che questo trend prenda vita in tutte le curve italianee che i tifosi inizino a ribellarsi ai finti leader, ignorando ed emarginando gli Ultra-Ras del calcio, misconoscendo un potere che non hanno, ed è stato per troppo tempo sopravvalutato.

Paolo Maldini ha avuto decenni fa il coraggio di prendere posizione contro gli ultras, e il mio è un invito a continuare la sua coraggiosa strada. Un calciatore e uomo da ammirare, che non ha temuto né la sua incolumità fisica, né la reprimenda degli ultras.

Invito, come dissi 23 anni fa, (quando precisai per la prima volta redigendo il primo decalogo nazionale per le 10 Regole per fare il Tifo) a troncare definitivamente i rapporti con gli Ultra-Ras, compiendo quella svolta che è iniziata con le prime norme applicate e concrete del decalogo antiviolenza (redatto nel 2003) presentate anche al Tribunale di Napoli nel 2023 (Decalogo Antiviolenza Ultras aggiornato al 2023).

Seduto sul suo Nido, lì nell’olimpo del calcio il mitologico Grifone si staglia sul campo di Marassi. Un nido che ospita il pulsare del più grande spettacolo vivente che la cultura popolareproletaria e borghese al contempo della fine dell’800 – sia riuscita a creare per mezzo del calcio: il tifo spontaneo all’inglese dei suoi supporters genoani, i veri protagonisti dello spettacolo Genoa.

Per questa ragione il Genoa – e tutte le altre equipe di calcionon hanno bisogno di essere governate dagli ultrà per poter tifare liberamente e sostenere la propria squadra. Ci si chiede cosa voglia significare quel tanto decantato striscione: ‘Ultras Liberi’. Liberi di cosa? Di poter continuare a sfruttare il sistema tifo e rendere il calcio una palla avvelenata, condizionandolo per far guadagnare denaro illecito a una masnada di delinquenti?

– Un messaggio di cuore va ai giovani ultras che sognano di salire su un piedistallo di filo spinato in ‘curva’.

Voglio dire a tutti quei giovani tifosi che da oggi possono sentirsi liberi di tifare contro ogni forma di ingerenza e di speculazione da parte degli ultrà. Invece ai giovani ultras, che ambiscono fare parte di questi gruppi (ma meglio definirle bande o gang da stadio) voglio dire: state attenti! Hanno la mia (per quanto conti) totale comprensione.

Mentre voi ambite solo un piedistallo in curva, per evadere dall’anonimato di questa società, loro hanno altri interessi economici e tessono legami con la malavita. Gli interessi sono sempre nascosti ai vostri occhi. Per denaro sono pronti a imprigionarvi, mettendovi una loro sciarpa al collo,che altro non è che un filo spinato, una anticamera della prigione. E’ il battesimo di banda!

Giovani ultras, non concedetegli più le vostre uniche vite preziose. Non concedete loro rispetto solo perché sono seduti sul ‘trono’ da anni, non concedete loro autorevolezza solo perché sono anziani.

Tutti invecchiamo, ma imparate a giudicare le persone con il vostro arbitrio, per il bene o il male che hanno fatto e fanno a voi, e al Genoa.

Se fanno beneficenza per poi mettersi in mostra, è per coprire i loro malaffari e ripulirsi la faccia dal fango. Sono sciacalli che sono andati avanti così da anni, travestiti da agnelli e da ‘santoni’. Emarginateli, perché loro senza il vostro consenso non sono nessuno, non sarebbero mai stati nessuno.

Il calcio è divertimento e non ha bisogno di leader in curva, non riconosce capi storici né carismatici. Il Calcio è libertà di gioire, di soffrire e amare nel bene e nel male i nostri colori, la nostra meravigliosa città in una fratellanza per la pace e lo sport.”

Phd Luca Vincenti – Criminologo Clinico Esperto in Scienze Giuridiche e Forensi e Dottore in Sociologia e Scienze Sociali – West university of Timisoara, Presidente dell’Associazione “Fratellanza per la pace” (Brother hood for peace).

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