
La gestione dei dirigenti scolastici in Emilia Romagna è un settore del mondo scolastico da rifondare totalmente: un’istituzione della Repubblica Italiana che in una procedura interna non usa la lingua del proprio Paese e che infarcisce il proprio dire usando, anche a sproposito, dei goffi inglesismi forse nel vano tentativo di rendere più “elegante” quanto l’autore cerca di declinare è la triste fotografia di dove siamo finiti. Un po’ come certi provincialotti di una volta che cercavano di parlare “difficile” nella speranza di poter dare importanza al loro parlare, eppure la scuola dovrebbe preoccuparsi di incentivare un più corretto ed efficace uso della lingua italiana, evidentemente questo è uno dei tanti casi di gente che non insegna, forse non lo ha mai fatto, ma che ha voce in capitolo nella scuola. Recentemente il Ministero dell’Istruzione e del Merito, per il tramite dell’Ufficio Scolastico dell’Emilia Romagna, ha proposto un’iniziativa ai dirigenti scolastici denominata con l’acronimo MIELE ma più che alla dolce sostanza prodotta dalle api in questo caso il pensiero va al loro pericoloso pungiglione, si tratta dell’abbreviazione di “Managment innovation and educational leadership”. Dicono di voler migliorare i risultati scolastici in termini di “output e outcome…”, un qualcosa che sarebbe molto facile in realtà senza al “MIELE”: ottimi risultati si possono ottenere lasciando in pace gli insegnanti il cui mestiere è assai semplice nella sua complessità, devono entrare in classe e fare lezione senza che in giro per la scuola ci siano fastidiosi “manager” o personaggi che si ritengono componenti del managment Quanto ai leader, in democrazia si è tali per elezione e non per cooptazione o assegnazione discrezionale, caratteristiche che non coincidono con la pseudo “leadership” che vorrebbero fosse riconosciuta alla problematica figura del dirigente scolastico, soggetto che viene imposto al corpo docente con indecifrabili criteri discrezionali: è l’insieme di professionisti che dovrebbe eleggere il proprio preside, quello sì che sarebbe un vero leader in una scuola. Altro argomento proposto è quello di “favorire il consolidamento di competenze dirigenziali” in termini di ”engagment” ed “empowerment che vadano oltre l’approccio del tipo know all, tell all”. Basterebbe che insegnassero ai dirigenti delle scuole che nella loro qualità di funzionari pubblici devono eseguire, tacendo il più possibile, le delibere espresse democraticamente dagli organi deputati. Nella scuola c’è il collegio dei docenti che il dirigente presiede ereditando una funzione, oggi spesso violentata, che il testo unico del 1994 conferiva al preside, inoltre è anche componente di diritto (non elettivo) del Consiglio d’Istituto Dicono che propongono di mantenere la “leadership trasformazionale”, qualunque cosa ciò significhi, chissà, e che perseguono una visione di scuola come “Professional Learning Community”, ma una comunità sana è tale anche perché si dota di rappresentanti eletti, l’opposto dei dirigenti scolastici, ex docenti che si sono licenziati per fare un altro mestiere spesso contrapposto all’esercizio del libero insegnamento I corsisti hanno studiato moduli che si intitolano “project managment” e “challengers”, parole grosse per dire che devono saper incastrare l’orario dei professori ed assegnarli alle classi applicando la delibera del consiglio d’istituto, nominare i supplenti in caso di assenza e applicare correttamente i regolamenti d’istituto ed il codice di comportamento dei dipendenti pubblici, insomma cose così…. In quanto a sfide, andrebbero indagate le cause che li hanno indotti a lasciare la docenza per fare un altro mestiere, sarebbero dati utili per ripristinare la speranza di ridare forza e prestigio alla scuola. L’ unica sfida per un futuro migliore sarebbe eliminare la figura del dirigente e ripristinare la figura del preside. Pare che in questo “MIELE” si siano occupati anche di “evaluation capacity building”, sarebbe un rafforzamento della capacità di valutazione, evidentemente non insegnando da anni se ne saranno dimenticati. Per chiudere hanno affrontato anche il modulo sul “middle managment”, non basta l’assurda figura del “manager”, un soggetto che calato nella scuola con la pretesa di definirsi tale è di per se un caso sociale da compatire il quale pretendendo di esercitare un potere verso i liberi docenti al massimo li disturba, assieme ci vogliono affibbiare anche quelli che fanno i “mezzi manager” (l’italiano rende più dell’inglese middle managment) persone che “collaborano” a rendere le nostre scuole sempre di più un ambiente manicomiale e poco sereno, questi mezzi manager che non avendo voglia di andare in classe, sono alla ricerca di un riconoscimento che li appaghi almeno come chi nella vita ha raggiunto il grado di capo ballatoio in un condominio, fanno da patetico codazzo a chi li ha “scelti”, addirittura il corso addestra i dirigenti scolastici a “trasferire la leadership”, nessuno gli ha spiegato che è molto facile diventare leader, bisogna candidarsi. La “leadership” la conferisce chi ti elegge esprimendoti la propria stima con il voto. Il “trasferimento di leadership” prevederebbe anche di “far parlare lo staff in collegio” (testuale!), nessuno gli ha detto che basta chiedere la parola per parlare. Forse si vergognano, si fanno chiamare “staff”, un tempo avevamo solo colleghi! Spediamo soldi per queste cose, quando esiste una norma dotata di interpretazione autentica che vieta il conferimento di mansioni superiori ai docenti.
p.s. chi ha organizzato MIELE, dove e cosa insegna?
MIELE quanto è costato al contribuente?
Salvatore Pizzo
Coordinatore della Gilda degli Insegnanti di Parma e Piacenza




