“Il Fronte del Faro” di Mattia Battistini

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“Il Fronte del Faro” di Mattia Battistini

E’ stata inaugurata il 4 giugno la mostra personale di Mattia Battistini dal titolo “Il Fronte del Faro” . L’esposizione coglie l’arco unitario del percorso artistico di Mattia Battistini e nel contempo offre un importante spunto di riflessione. Mattia Battistini, il pittore-fabbricatore-artigiano, creatore instancabile ed eclettico, capace di uno stile essenziale e mai scontato, che riesce a trasformare le atmosfere della città, dei campi di battaglia, della fabbrica, del post industriale, dell’inquietudine della vita in un incalzante e drammatizzante “realismo lirico”. In un’intervista dichiara con fanciullesca semplicità il suo modo d’intendere il lavoro, una creatività all’insegna di una leggerezza libera da codici estetici: «Non ho mai inseguito un’idea di pittura in particolare, mi sforzo sempre di cercare e trovare la pittura che in un determinato momento mi sia vicina, quella che mi fa parlare il più spontaneamente possibile. Così facendo, e senza perseguire uno stile, il mio percorso può risultare incoerente…. L’incoerenza è il mio essere, l’incoerenza è anche un modo per non sottostare a regole e leggi di mercato, che sempre, quando sono ferree, uccidono l’artista e la sua espressione. Tutto nasce da un’ira, da un momento perplesso, da una gioia, da tanti momenti diversi della mia vita: mi parrebbe allucinante se il risultato di tali diversità fosse più o meno sempre lo stesso!». Le sue costruzioni, elaborate spesso in uno spirito lirico, rivelano un accostamento di forme, di trame e di colori che richiamano non solo il costruttivismo russo, ma il primitivismo infantilista dell’arte italiana del primo Novecento, quando gli artisti dipingevano come bambini. I tratti elementari dell’arte primitiva gli servono a esprimere con immediatezza il suo mondo interiore, la frenesia e l’alienazione metropolitane che lo angosciano. Ma Mattia non elegge solo la forma nei suoi dipinti, spesso predilige l’espressione rispetto alla rappresentazione, quando il colore travalica la composizione e diventa espressionista. Le forme si fanno particolarmente rigide e spigolose e i colori accesi, dissonanti. L’esigenza di tradurre in immagini il proprio stato emotivo e mentale influenza profondamente la sua poetica. Dipinge tutto il ritmo, il riverbero e la tensione della vita di una grande città con tratti molto semplici, colori molto vivi, vibranti e contorni molto marcati inseriti in un contesto per nulla naturalistico. I suoi paesaggi non sono più una riproduzione veristica della natura, ma come direbbe Carlo Carrà vogliono essere “un poema pieno di spazio e di sogno”. Una vita la sua tra Ravenna, città natale, Parigi, Roma, Firenze e poi il mare, del quale risuonano echi nei paesaggi e nella luce della sua pittura. La sua produzione si consacra a diversi ambiti: non solo pittura, ma sculture, xilografie, maschere, marionette, ballerini, funamboli, arazzi, video, libri d’artista, cortometraggi di animazione, giocattoli di legno, installazioni e tanto altro a documentare la sua attitudine multimediale. I soggetti affrontati con le sue poliedriche tecniche sono tanti: primi fra tutti gli animali, in particolare i gatti, le navi sono un altro amore, forse quello più antico, poi nudi, ritratti, atleti, nature morte, paesaggi, pescicani, balene, giocatori, ciclisti, carabinieri e la guerra, mai troppo inquietante con soldati tedeschi, russi, americani, arabi e israeliani, greci e troiani, prussiani, francesi, inglesi, serbi, ecc. Il suo punto di partenza è sempre il materiale, il più delle volte elementi di recupero, riassemblati, riciclati per un nuovo utilizzo e disposti in strutture e trame evanescenti, su supporti non squadrati, ma che trovano nell’asimmetria il loro equilibrio. Materiali poveri e non pregiati: fili di metallo, cartoni, vetri , specchi, cerniere, iuta, piombo, carte veline, pizzi, quotidiani, legni restituiti dal mare, sfridi di metalli, pelli, fibre tessili che diventano quadri o cornici, a cui Mattia ridona una seconda vita, una nuova funzione, trasformandoli in quinte effimere e delicate con terre miscelate con acqua, calce, matite colorate, pastelli a olio o a cera. Opere con un andamento ai limiti dell’onirico e un geniale stile visivo, che – nell’era del digitale – non è tanto lo strumento utilizzato (computer, matita o macchina fotografica) che fa la differenza del valore di un’opera, quanto l’ingegno e la creatività dell’artista. E su questi supporti iI soggetto si traccia magicamente da solo, mai cercato a priori, in quanto voler dipingere a tutti i costi un soggetto distrugge la sua pittura o, più semplicemente, non gli appartiene. Dentro a questo mondo, da un lato, Battistini gioca e provoca, dall’altro cita e rielabora, mai banale e prevedibile. La mostra presenta più di 50 opere organizzate in tre diverse sezioni. La prima si rifà all’omonimo libro dello scrittore turco, premio Nobel per la letteratura, Orhan Pamuk “Il mio nome è rosso” dove Mattia evoca un tempo lontano, quello dei templari e dei saraceni, dei crociati erranti, mori e dame d’oriente, esseri sconosciuti, affascinanti e nel contempo spaventosi, incastonati in nicchie e castelli, richiami alle miniature e vetrate gotiche, in cui domina un sorprendente sincretismo fra l’arte bizantina e araba. Una narrazione mitica, intelligente, senza mediazioni ideologiche, in cui sembra giocare come con i soldatini. Nella seconda sezione le opere “Per dimenticare Parigi”, che trasformano Parigi in una megalopoli immaginaria, uno storyboard da cartoon, fumettistico e caricaturale, da teatrino di burattini, che ricorda Appuntamento a Belleville di Sylvain Chomet, in un mondo non abitato da robot. Parigi appare disabitata, dove compaiono insegne, qualche tipico caffè, palazzi, quinte, strade, navi, automezzi. Più facile incontrare intrusioni di animali urbani, corvi, gazze e naturalmente gatti. I pochi esseri umani sono scheletrici, larvati, abbozzati con quattro linee incrociate o semplificati da una divisa riconoscibile, come il benzinaio o il gendarme oppure ridotti ad una rappresentazione simbolica, con grandi occhi che si affacciano dai finestrini del metrò e del tram e che guardano la stessa città che scorre. Le immagini ci appaiono in una sorta di equilibrio tra narrazione e invenzione costante, tra elementi riconoscibili inventati con una libertà di segno che guida Mattia a “giocare” con la materia, il colore, caricando di significato espressivo i suoi personaggi ed immergendoli in un mondo fantastico, dove tutto galleggia volutamente in un’impossibile coesistenza di situazioni statiche e cinetiche. Infine la terza sezione perché non potevano mancare i gatti, la sua grande passione, protagonisti di tante sue storie. Mattia Battistini ne ha sempre avuti: « Sono sempre loro che sono venuti da me. Mi piacciono gli occhi dei gatti: una volta pensavo di essere io un gatto o un uccello». Ed ecco le favole del gatto con gli stivali e del soldatino di piombo, opere della mostra “C’era due volte…” , che Mattia ha letto mille volte senza mai condividerne la trama: il gatto paladino di due padroni e il soldatino senza una gamba, l’amore corrisposto ma impedito dal tragico susseguirsi degli eventi per poi finire bruciato al rogo. Che fare? Il gatto, alter ego di Mattia, incontra il soldatino, alter ego di Battistini impegnato al fronte delle periferie conosciute e qui parte una nuova narrazione. E sono certa che alla domanda che un giornalista rivolse ad Alberto Giacometti, «Maestro, in caso d’incendio, tra un Rembrandt e un gatto chi salverebbe?» Mattia risponderebbe senza esitare come Giacometti : «Il mio gatto!», come dire che tra l’arte e la vita scelgo la vita, perché una vita vale di più della stupenda immaginazione. Ciò non significa che la vita debba avere la precedenza sull’arte, bensì che l’arte debba necessariamente racchiudere in sé la vita. Allora può diventare superiore, allora si parlerebbe di creazione ed è con questa filosofia che nascono le opere di Mattia, slegate dalla mortalità, ma profondamente allacciate alla vita dell’uomo. Una mostra da non perdere, dove ogni opera è minuziosamente equilibrata, dove poesia, estro e ritmo sono lo specchio della personalità di Mattia Battistini, capace di farci sorridere senza battute ed emozionare per l’innocenza e la semplicità delle sue qualità umane, della sua fragilità che diventa la sua forza. La mostra gode del patrocinio della Regione Emilia-Romagna, del Comune di Ravenna e della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna.

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