In nome del padre, di Mario Perrotta al Teatro di Ragazzola

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In nome del padre, di Mario Perrotta al Teatro di Ragazzola

IN NOME DEL PADRE
uno spettacolo di e con Mario Perrotta
consulenza alla drammaturgia Massimo Recalcati
collaborazione alla regia Paola Roscioli
aiuto regia Donatella Allegro
costumi Sabrina Beretta
musiche Giuseppe Bonomo, Mario Perrotta
allestimento tecnico Emanuele Roma, Giacomo Gibertoni
organizzazione Permàr in collaborazione con Duel
produzione Teatro Stabile di Bolzano

Il nuovo spettacolo di Mario Perrotta “In nome del padre”, in scena sabato 2 febbraio alle ore 21.15 al Teatro di Ragazzola, è nato dall’intenso confronto con lo psicanalista Massimo Recalcati, che alle relazioni familiari ha dedicato gran parte del suo lavoro, ed è stato scritto con la consulenza alla drammaturgia dello stesso Recalcati. Prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano, con la collaborazione alla regia di Paola Roscioli e l’aiuto di Donatella Allegro, i costumi di Sabrina Beretta, le musiche di Giuseppe Bonomo e Mario Perrotta, lo spettacolo ha debuttato poche settimane fa al Piccolo Teatro di Milano ed è il primo delle tre tappe del progetto triennale “In nome del padre, della madre, dei figli”. Gli spettacoli di Perrotta, pluripremiato attore di straordinarie capacità interpretative, molte volte ospite del Teatro di Ragazzola, si distinguono per l’intensità della rappresentazione e il grande lavoro preparatorio di ricerca. Scrive Perrotta nella presentazione del nuovo spettacolo: «Un padre. Uno e trino. Niente di trascendentale: nel corpo di un solo attore tre padri diversissimi tra loro per estrazione sociale, provenienza geografica, condizione lavorativa. Sulla scena li sorprendiamo ridicoli, in piena crisi di fronte al “mestiere più difficile del mondo”. I figli adolescenti sono gli interlocutori disconnessi di altrettanti dialoghi mancati, l’orizzonte comune dei tre padri che, a forza di sbattere i denti sullo stesso muro, si ritrovano nudi, con le labbra rotte, circondati dal silenzio. E forse proprio nel silenzio potranno trovare cittadinanza le ragioni dei figli. Se nel 2007 con Odissea chiudevo i conti con l’essere figlio, oggi, e da cinque anni, sono padre: una parola che mette con le spalle al muro e riempie il mio quotidiano di nuove sfide e di preoccupazioni. E ho bisogno, come sempre, di ragionarci a fondo attraverso gli unici strumenti che riconosco miei – la ricerca drammaturgica, la scrittura, la messa in scena, l’interpretazione – per inchiodare al muro i padri sbagliati che potrei essere, che vorrei evitare di essere usando tutta l’ironia e il sarcasmo che posso per esorcizzare queste mie paure. E mi vengono in mente le mie conversazioni con Massimo Recalcati sulla questione, e mi viene in mente che vorrei coinvolgerlo: lo chiamo, gli racconto tutto e Massimo mi dice di sì, che gli piace e che faremo il progetto insieme. E mi viene in mente che un padre si sostanzia nel suo confronto – anche mancato – con la madre e che essi, padre e madre, sono tali solo perché di fronte a loro esistono, inflessibili, i figli. Eccolo qui tutto d’un tratto il prossimo lavoro: prima un solo spettacolo, ma nel tempo di un pomeriggio è già trilogia, è progetto complesso, articolato, così come mi piace e mi serve fare da una decina di anni a questa parte. Partirò dall’oggi, dallo stravolgimento delle figure di “padre – madre – figlio” che il nuovo millennio ha portato con sé, per spogliarli progressivamente del quotidiano e riportarli, nudi, all’essenza delle loro relazioni. Uno sguardo sul presente, il mio presente, per indagare quanto profonda e duratura è la mutazione delle famiglie millennials e quanto di universale, eterno, resta ancora». «Il nostro tempo – aggiunge Recalcati – è il tempo del tramonto dei padri. Ogni esercizio dell’autorità è vissuto con sospetto e bandito come sopruso ingiustificato. I padri smarriti si confondono coi figli: giocano agli stessi giochi, parlano lo stesso linguaggio, si vestono allo stesso modo. La differenza simbolica tra le generazioni collassa. Il linguaggio dell’arte può dare un contributo essenziale per cogliere sia l’evaporazione della figura tradizionale della paternità, sia il difficile transito verso un’altra immagine, più vulnerabile ma più umana, di padre».

 

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