Che Paese mai è questo
mio per un qualche grado
perso nella nebbia d’ogni ragione
nel grido strozzato di chi muore
così che rantola nel fango
e ferite ha nella carne
lunghe come i suoi fiumi
in una gran pozza di mare
tra spirali di morte e di fumi
nel silenzio grave di questo stato
Che Paese mai è questo
mio nella sua costituzione
ora nel totale dissesto
nel suo fondamento d’onore
ritratto d’ una storia
scossa da fantasmi in nero
di nuovo v’è fame e rabbia
evacuate con sfollagente
i titolari di diritto
concentrati al mercato di schiavi
Che Paese mai è questo
mio come di qualsiasi altro
senza la festa di bambini
con le braccia al collo
per la certezza di un avvenire
le loro speranze più incallite
risoluti a rinnovare
con una propria visione felice
pegno di un vincolo
a difendere quel che più s’ addice
Che Paese mai è questo
ostaggio di un suo vecchio incubo
di nemici della sua stessa gente
madri di figli e di loro padri
progenie senza più sementi
d’ogni frutto sterili
d’orgoglio e di leggende
nella formula d’un solo popolo
che invoca giustizia
per il ricco come per il povero.
Stefano Giacomo Iavazzo



