Una lettera del Vescovo di Ferrara – Comacchio e la reazione dell’Arcigay

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Una lettera del Vescovo di Ferrara – Comacchio e la reazione dell’Arcigay

 

Padania Express - Una lettera del Vescovo di Ferrara - Comacchio e la reazione dell'ArcigayCarissimi figli e figlie della Chiesa particolare di Ferrara – Comacchio, allontanandomi dalla Diocesi per qualche giorno di riposo, mi sembra giusto porgervi un breve messaggio.

In quest’anno denso, segnato da grandi eventi positivi per la vita della nostra Chiesa ma percorso anche da innegabili motivi di preoccupazione, mi sembra che il punto sia stato l’assunzione operativa, da parte dell’intero corpo ecclesiale, della preoccupazione per un’autentica e nuova evangelizzazione. Visitando molte parrocchie, sia per l’amministrazione della Cresima che per momenti di convivenza nella vita parrocchiale o per l’insediamento di nuovi parroci, ho avuto la sensazione che il nostro popolo stia percependo che il destino della vita dei cristiani non si può ridurre all’ambito del proprio interesse particolare, anche se perseguito in maniera positiva, ma che è “in uscita”, richiamando un’espressione ripetuta più volte nella Evangelii Gaudium di Papa Francesco (1).
La vera vita è infatti quella percorsa da una volontà di comunicare agli uomini la novità dell’evento che Cristo genera nei nostri cuori, nella misura in cui lo incontriamo nella Chiesa e lo seguiamo con tutta la nostra capacità di comprendere e di amare (2).
Io sono certo che quello di quest’anno sia stato un buon inizio, sia sul piano del desiderio di annunziare Cristo agli uomini, sia dal punto di vista del vivere la comunità ecclesiale come luogo di autentica educazione e quindi di maturazione verso le dimensioni della cultura, della carità e della missione che costituiscono il compimento della fede e introducono al riconoscimento e all’esperienza della vocazione.
Durante le visite pastorali alle parrocchie ho visto con tanta positività soprattutto la ripresa, nella vita di tante famiglie, di un’identità coniugale unita intimamente alla responsabilità ecclesiale. Mi auguro che tale ripresa dell’identità familiare sia anche una grande risorsa per affrontare e risolvere, per quanto possibile, i problemi che attanagliano la vita della famiglia stessa e prima fra tutte l’inaspettata e terribile povertà, che esige forme sempre nuove di solidarietà nella nostra società.
Infine, in questi ultimi giorni, la vita della nostra comunità è stata segnata da avvenimenti su cui si sono dette cose che non possono ricevere la mia approvazione e che oggi intendo riportare al loro aspetto obiettivo. Ho la precisa convinzione che il problema sia quello di una sana laicità della nostra realtà sociale. Questa convinzione è avvalorata non soltanto da tanti anni di studio della Dottrina Sociale della Chiesa ma anche da un’esperienza di presenza cristiana negli ambienti più difficili del nostro Paese, quali la vita delle scuole medie superiori, dell’Università e della cultura. La sana laicità consente che si possa maturare un’autentica esperienza di democrazia. La laicità infatti esige un autentico pluralismo di forme culturali, religiose e sociali che debbono essere riconosciute e salvaguardate nella loro identità, in modo da potersi esprimere pienamente e dare, in forza di questa espressione compiuta, il loro contributo alla vita sociale.
Non è consentito a nessuno, meno che mai alle Istituzioni Pubbliche, di assumere il compito di discriminare tra forme culturali, sociali e religiose, approvandone alcune – magari quelle che sono in linea con l’ideologia di coloro che guidano le Istituzioni stesse – piuttosto che altre, ingenerando così una disparità di considerazione e di trattamento tra le varie realtà presenti nella società (3). Tutte le forme di vita, di cultura, di espressione sociale, di intervento politico, debbono avere, in uno Stato democratico, gli stessi diritti e perciò debbono anche sottoporsi agli stessi doveri.
Nessuno può discriminare!
Se alcune di queste forme di espressione andassero direttamente contro i principi fondamentali della democrazia, e quindi della nostra Costituzione Repubblicana, toccherebbe alla Magistratura intervenire per tutelare i diritti e la libertà di tutti.
Il problema della nostra società è che da più parti si attenta a questa sana laicità sostituendo la legittima pluralità con una sorta di pensiero unico, di ideologia comune, che non è accettabile da alcun punto di vista.
Sono convinto, con San Giovanni Paolo II, che lavorare – come ho lavorato per oltre cinquant’anni a favore della libertà delle chiese in Italia – sia stato anche un contributo formidabile alla libertà del nostro popolo. Ho lavorato per questo, ricevendo qualche volta anche attacchi fisici di cui porto ben visibile l’immagine nella mia coscienza e qualche segno sul mio corpo.
Sono sempre stato e resto assolutamente deciso nel difendere, proprio in forza della mia esperienza di fede e di appartenenza ecclesiale, la libertà di tutti senza nessuna riduzione e senza nessuna discriminazione.
Mi pare che tale precisazione fosse assolutamente necessaria affinché il clima della nostra società ferrarese-comacchiese possa continuare – attraverso il dialogo, il confronto e la collaborazione – sulla strada del reciproco rispetto, che costituisce uno degli aspetti più significativi nella recente storia di Ferrara.
Benedico tutti di cuore
+ Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa
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La reazione di Massimiliano De Giovanni, Presidente di Arcigay Ferrara:

“Non sono stupito dalle parole dell’arcivescovo Negri, perché sta impartendo, come è tenuto a fare, un insegnamento conforme alla dottrina della Chiesa in materia di omosessualità.- ha spiegato De Giovanni – Tuttavia non vi sono e non possono esservi diritti scaturenti dalla tutela del sentimento religioso individuale non assimilabili a quelli altrimenti tutelati nell’ambito di una società che assicura il massimo delle libertà possibili. Come l’arcivescovo di Ferrara sottolinea, non dovrebbe essere consentito a nessuno di assumere il compito di discriminare tra forme culturali, sociali e religiose. Tantomeno alla Chiesa.

Lo striscione “Ferrara condanna l’omofobia e la transfobia” non lede nessuna libertà individuale. Semmai manifesta il legittimo pensiero delle istituzioni ferraresi, racchiudendo un semplice e sacrosanto principio di inclusività e rispetto.

D’altra parte, lo stesso annuncio cristiano è un messaggio di liberazione che dovrebbe riguardare le creature di Dio, a prescindere dalla razza, dal genere, dalla condizione o dall’orientamento sessuale.

Credo da sempre nelle libertà individuali, a cominciare da quella del bisogno e del pensiero, e non posso che rispettare anche la libertà religiosa individuale.

In Italia, però, troppe persone si nascondono dietro una croce per non ammettere di essere profondamente e ciecamente intolleranti, perché è proprio la più vile sottocultura omofobica a essere propagandata con sicumera dall’integralismo cattolico.

Se lo Stato lascia la Chiesa libera di dissentire dai cambiamenti sociali e scientifici, altrettanto la Chiesa dovrebbe impedire che una credenza, una fede, un principio di coscienza divenga legge di Stato, per lo più laico. Un precetto non può e non deve essere un imperativo politico.

Non ho mai considerato la religione cattolica la mia cultura. La religione può essere uno dei tratti caratterizzanti di una cultura, ma in nessun modo può costituire la cultura stessa in termini assolutistici.

Alla Chiesa è già concesso di imporre i crocifissi nelle scuole, di attuare campagne di disinformazione sull’uso del preservativo, di barattare voti in cambio di leggi proibizioniste sul fine vita e sulla procreazione medicalmente assistita, di avere rappresentanti in Parlamento che equiparano provocatoriamente gay e pedofili, considerando un bacio omosessuale alla stregua dell’urina fatta per strada.

Non accetteremo nuove ingerenze e strumentalizzazioni, né ulteriori bavagli, perché la strategia di delegittimazione delle istanze per i diritti civili dei gay da parte degli integralisti religiosi è oggi più che mai intollerabile.

È per questo che chiediamo alla Chiesa di non supportare la criminalizzazione degli omosessuali in Italia: un Dio amorevole non condanna due persone che si amano solo perché appartenenti allo stesso sesso per nascita.

Negri non disattenda dunque il suo mandato e si occupi piuttosto di curare le anime dei propri fedeli, senza dimenticare che le vittime delle dittature del XX secolo – come di ogni altra dittatura del resto, laica o religiosa – sono stati spesso proprio i gay.”

 

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