Bruna Lucia Giliberto è una narratrice etnea trapiantata in terra piacentina. La sua opera prima è “Satura” (Apollo Edizioni), una raccolta di racconti da cui trasuda una passione per i miti greci che l’autrice intreccia aulicamente a contesti spesso finemente erotici da lei immaginati. Un binomio forse insolito che dimostra la creatività che contraddistingue Giliberto. Le abbiamo posto alcune domande a proposito del suo “Satura”.
In uno dei racconti, con una certa “freddezza” è descritta l’uccisione di un neonato in contesto di guerra: perché?
Perché è questo, che fa la guerra: nutre le componenti più violente e sadiche dell’essere umano, distrugge la vita.
L’amore ne viene annientato. La morte del bambino in quel contesto non è che un fatto realistico che, nel racconto, diventa simbolo di tutto questo.
Quanto di reale c’è di lei in questi racconti? O sono il semplice frutto dell’immaginazione?
I racconti sono tutti parte di me, frutto dell’immaginazione. Talvolta la narrazione è stata ispirata da vicissitudini di vario tipo, ma sono in ogni caso trasfigurati dall’immaginazione.
Ad esempio, “Circe” l’ho concepito quando ero fidanzata con colui che sarebbe poi diventato il mio ex marito – e non era lui Odisseo. “Ombre” è ispirato a una relazione che ho vissuto molti anni fa, integrata con la proiezione della mia madre interiore. Ho immaginato “Fumo” quando io e il mio ex marito cercavamo casa.
Mi hanno talvolta ispirata anche eventi vissuti da terzi: “Tradimento” rielabora una vicenda realmente accaduta a una mia amica, mentre “Pick-up” si ispira liberamente al ricatto psicologico praticato anni fa da una persona che conosco sulla sua ex compagna affinché praticasse l’aborto.
Nella maggior parte però i racconti sono privi di riferimenti puntuali al vissuto mio o di conoscenti: nascono da un’immagine o da un concetto cui cerco di dare forma narrativa.
Le anime che permeano la narrazione, tuttavia, sono senz’altro parti della mia.
“Corri” mi disse, “mi piace cacciare.” Quando lei scrive questo in “Circe” vede la donna come una preda?
Non amo il politicamente corretto a tutti i costi, rappresento quel che vedo e sento; e l’istinto fa parte delle dinamiche umane, il gioco della caccia fa parte della seduzione.
Ci sono meccanismi di dominazione e sottomissione anche in pratiche come il BDSM, dove questo gioco è consapevolmente interpretato sia dal dominante, sia dal sottomesso.
Ecco, anche Circe si sottomette per scelta volontaria: non c’è minaccia reale, c’è la scoperta della tensione erotica insita in un gioco di ruolo consapevolmente accettato.
In quanto lei scrive c’è sempre la grecità, perché?
Sono figlia di una docente di latino e greco: la mamma ha cresciuto me e i miei fratelli raccontandoci, oltre alle fiabe, anche i miti greci. Tutti in famiglia abbiamo fatto il liceo classico.
Con un certo campanilismo, direi inoltre che in Sicilia si può essere favoriti nel respirare la grecità; e infatti tutte le storie che inventavo anche da piccolissima erano calate in mondi fiabeschi o mitologici.
Particolarmente tetra è la parte in cui parla dell’impresario funebre che affitta una casa, cosa l’ha ispirata?
Stavo cercando casa con il mio ex marito… e mi sono ispirata a questo per rappresentare a me stessa una sorta di psicodramma personale legato a quella relazione.
Scrive di giorno o di notte?
Attualmente, e preferibilmente, di sera; altre volte anche di giorno, dipende dalle circostanze.
Per esempio, due dei racconti di “Satura” li ho scritti durante alcune lezioni post laurea: quelle di un docente in particolare mi annoiavano e così, fingendo di prendere appunti, impiegavo più piacevolmente il mio tempo…
Salvatore Pizzo



