La devastante campagna delle forze di sicurezza di Myanmar contro i rohingya nello stato di Rakhine non è affatto terminata. Lo ha denunciato oggi Amnesty International pubblicando nuove prove sulle violazioni dei diritti umani ancora in corso e che nelle ultime settimane hanno costretto centinaia di persone alla fuga.

Alla fine di gennaio, Amnesty International ha intervistato 19 rifugiati rohingya appena arrivati in Bangladesh. Hanno descritto una realtà di fame, sequestri e saccheggi di proprietà. Le organizzazioni umanitarie hanno documentato migliaia di nuovi arrivi tra dicembre e gennaio e in molte giornate sono decine le persone che attraversano il confine.

“Protetto da menzogne e smentite ufficiali e da una strategia coordinata di diniego dell’accesso a investigatori indipendenti, l’esercito di Myanmar continua a compiere crimini contro l’umanità che restano impuniti”, ha dichiarato Matthew Wells, Alto consulente sulle crisi di Amnesty International, appena tornato da una missione di ricerca in Bangladesh.

“Le forze di sicurezza di Myanmar stanno portando avanti un piano per allontanare dal paese il maggior numero possibile di persone. In assenza di un’azione internazionale più efficace, questa campagna di pulizia etnica proseguirà la sua marcia disastrosa”, ha aggiunto Wells.

L’obiettivo dell’esercito pare essere quello di rendere il nord dello stato di Rakhine invivibile per la residua popolazione civile rohingya, dopo che la campagna militare lanciata lo scorso agosto - dopo una trentina di attacchi a postazioni dell’esercito da parte del gruppo armato chiamato Esercito di salvezza Arakhan - ha causato la fuga in Bangladesh di oltre 688.000 persone.

I militari si sono resi responsabili di crimini contro l’umanità tra i quali uccisioni di massa di donne uomini e bambini, stupri e altre forme di violenza sessuale contro donne e ragazze, deportazione di massa e sistematici incendi dei villaggi.

Le persone recentemente arrivate in Bangladesh hanno subito tutto questo mentre cercavano di proteggere le loro proprietà e tutelare il loro diritto di vivere nei loro villaggi.

L’affamamento
I nuovi arrivati hanno raccontato che è stata soprattutto la fame, frutto di una deliberata strategia dell’esercito di Myanmar, a spezzare la loro determinazione a rimanere nei villaggi. Il culmine è stato il divieto loro imposto di raggiungere i campi di riso nel momento della raccolta, tra novembre e dicembre. I soldati hanno anche preso parte, o lo hanno almeno facilitato, al furto del bestiame e all’incendio dei mercati locali, impedendo l’accesso agli altri centri di vendita.

Tutto questo ha devastato il livello di vita dei rohingya e ha provocato una profonda insufficienza alimentare.

A questo vanno aggiunte le forti restrizioni all’ingresso degli aiuti umanitari nel nord dello stato di Rakhine.

Rapimenti di bambine e donne
Amnesty International ha documentato tre casi di rapimento di bambine e giovani donne.

All’inizio di gennaio i soldati hanno fatto irruzione in una casa del villaggio di Hpoe Khaung Chaung e hanno costretto il capofamiglia a consegnare Samida, una bambina di 15 anni che da allora non è stata più vista. Lo stesso è accaduto ad altre donne e bambine, vittime dunque di sparizione forzata.

Molte famiglie rifugiati rohingya sono fuggite dai villaggi in cui i militari avevano rapito donne e bambine, temendo che sarebbero tornati.

Amnesty International teme che, data la costante presenza della violenza sessuale nel corso di questa e delle precedenti campagne militari contri i rohingya, le vittime dei rapimenti possano essere stuprate e ridotte in schiavitù.

Furti sistematici ai danni delle persone in fuga
I rohingya in fuga devono camminare per giorni prima di raggiungere la costa e arrivare in barca alla frontiera del Bangladesh. Lungo il percorso devono passare attraverso i posti di blocco dell’esercito, dove spesso vengono loro sottratti i loro pochi beni e averi.

Il peggiore dei posti di blocco, a detta di quasi tutti i rifugiati intervistati da Amnesty International, è quello nei pressi del villaggio collinare di Sein Hnyin Pyar. Qui i soldati della guardia di frontiera circondano le persone in fuga, prendono nota dei loro nomi e dei villaggi di provenienza, separano gli uomini dalle donne e depredano gli uni e le altre. A volte pretendono una dichiarazione in video in cui si attesti che i militari si sono comportati bene.

Violenza sessuale
Ai posti di blocco le donne rohingya, soprattutto le più giovani, subiscono perquisizioni invadenti e a volte vera e propria violenza sessuale.

Debole e inefficace: la reazione internazionale
“La dimensione e la tipologia degli attacchi ancora in corso nel nord dello stato di Rakhine mostrano come l’esercito di Myanmar non punti a colpire solo singole persone, quanto piuttosto la dignità della popolazione rohingya in quanto tale. Parlare di rimpatri organizzati è del tutto prematuro”, ha sottolineato Wells.

Alla fine dello scorso novembre i governi del Bangladesh e di Myanmar hanno sottoscritto un accordo per iniziare i ritorni a partire dal 23 gennaio. Poche ore prima di questa scadenza, il governo del Bangladesh ha preso tempo mentre quello di Myanmar ha confermato di essere pronto.

“Dall’inizio della crisi, la risposta della comunità internazionale alle atrocità contro i rohingya è stata debole e inefficace: non ha saputo comprendere la gravità della situazione nel nord dello stato di Rakhine né ha fatto pressioni sufficienti per spingere l’esercito di Myanmar a porre fine alla pulizia etnica”, ha proseguito Wells.

“Un embargo sulle armi e sanzioni mirate sono urgentemente necessarie per far comprendere che queste violazioni non saranno tollerate. Vi è anche l’urgente bisogno che le organizzazioni di assistenza umanitaria entrino liberamente e possano avere accesso in tutto il nord dello stato di Rakhine”, ha concluso Wells.