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Ieri Tep Vanny, da oltre 10 anni animatrice del movimento per il diritto alla casa in Cambogia, ha ricevuto la brutta notizia che temeva: la Corte suprema ha confermato la condanna a 30 mesi di carcere, emessa il 23 febbraio 2017 e ribadita in appello cinque mesi dopo, per “violenza intenzionale aggravata”. Tep Vanny dovrà anche risarcire con l’equivalente di circa 2500 euro i due agenti che l’avevano denunciata. 

Chi la conosce sa che Tep Vanny non è minimamente capace di usare violenza. E infatti del tutto pacifica era stata la manifestazione svolta nel marzo 2013, di fronte alla residenza del primo ministro Hun Sen, per chiedere il rilascio di un’attivista della comunità del lago Boeung Kak, soggetta a sgomberi forzati nella capitale Phnom Penh per fare posto ad appartamenti di lusso. 

Ogni volta che è scesa in piazza per difendere il diritto degli esclusi dal progresso ad avere un tetto sotto la testa e ogni volta che si è opposta in modo non violento alle ruspe, Tep Vanny è stata minacciata e picchiata. Quella confermata ieri è la terza condanna ricevuta in un decennio. 

Tep Vanny è in carcere da 542 giorni e non avrebbe mai dovuto essere arrestata.