Ho iniziato a vivere gli anni ’80 nel 2008, esattamente quando ho percepito chiaramente e per la prima volta il senso di privazione che disimpara a esistere. Ricordo con lucidità, quel momento. Ero in piazza a Modena, dove vivevo, a manifestare quanto secondo me fosse inadeguata una figura come la Gelmini nel quadro pedagogico nazionale e non solo. Nel bailamme, una giornalista poco gentile di TRC mi chiama da lontano per intervistarmi. Era evidente più per lei che per me, a quanto pare, ch’io stessi tenendo il timone di qualcosa che intravedevo appena: voleva sapere da me cosa stessimo facendo tutte e tutti, cosa volessimo, sperando di trovarci impreparati. Decisi deliberatamente di deluderla. Eravamo incazzati, romantici e radicati: avevamo tutto da perdere e, allo stesso tempo, assolutamente nulla. La domanda migliore, dal canto suo, fu: “Sì, ma perchè dovete sempre portare con voi tutto questo rumore?”. Si riferiva alle punk e rock band che mai sarebbero mancate ad un nostro appuntamento; e a poete e poeti, anche. Tutti quei microfoni e quell’amplificazione le sembravano triggerare stanchi momenti di convivialità del tutto trascurabile. “Ai miei tempi”, dice, “la rivoluzione si faceva con la carabina, mica con le Fender”. Mi trattenni ancora un momento dal commentare. Il corteo per noi era di fatto un concerto, un’esibizione corale. Procedevamo compatti e dritti, semplicemente d’accordo e ad alta voce, così come si fa a un concerto, appunto. Allora ero ancor meno diplomatica di oggi e, a domanda ripetuta, ricordo di averle risposto ormai senza indugi: “Perchè abbiamo delle cose di cui parlare. E che sentano tutti. Se hai voglia di fare piano, lo fai poi te.”. Quella conversazione finì rovinosamente: lei aveva la coda di paglia e io un accendino bello grosso. Mi staccai in pochi minuti. Dopo un’ora, li vedevo ancora lì, lei e il cameraman, finalmente curiosi, a guardare e ascoltare. Allora ricordo di aver sorriso ed essermi riavvicinata portando con me un paio di bicchieri di lambrusco. Loro li hanno accettati e bevuti. Improvvisamente non ci trovavamo più in quella pace scelta dai padroni che fa comodo solo ai padroni: avevamo terminalmente ceduto al senso di fratellanza e sorellanza che ineludibile ci lega come esseri umani, una parentela che non deve nulla a Eva e Adamo, una congiunzione eminentemente poetica. E comunista, fino a prova contraria. Godevamo insieme del diritto di esser lì. Sono sicura: non sono l’unica ad avvertire la mancanza di questo sentire. E se anche voi, come me, urgete nel bisogno di riannusarlo, non vi resta che una sola cosa da fare: esserci, senza ombra di dubbio, al concerto di Pierpaolo Capovilla e I Cattivi Maestri. Il mio primo impatto con il disco omonimo fresco di stampa è stato fragoroso. È fine maggio; i primi di giugno, a dire il vero. È il 2022. Esco perchè ho qualcosa di importante da fare: andare fino a Modena, al negozio musicale di fiducia, per ritirare la mia copia che stavo aspettando. Pago, a mala pena saluto e riscappo subito, salendo veloce su treni qualunque diretti a nord: dovevo ascoltarlo e tutto valeva, purché arrivassi a destinazione. Meta. Faccio appena in tempo a metter piede in studio, nemmeno mi tolgo la giacca. Accendo l’impianto, schiaccio play, e via. Una scheggia cosciente mi trafigge alla prima traccia. Ormai sono nuda e non posso proteggermi più da nulla: le fucilate arrivano dritte in faccia. Morte ai poveri. Io prima ti derubo e poi ti butto via. Ok. Non si scappa. Che botta, ragazzi. Un minuto per volta la voce e le parole di Pierpaolo mi riportano alla trama primitiva dal sentire suo e dei tre compagni incredibilmente disordinari che lo avvolgono: Egle Sommacal alla chitarra, Federico Aggio al basso e Fabrizio Baioni alla batteria. L’inestimabile controfilosofia del virtuosismo data in felicissimo pasto ad una sezione ritmica che crepa via i dubbi di dosso. Meglio di così decisamente non poteva andare. Maledetti loro. Benedetti loro. È così che mi ricordo di nuovo tutto, da dove vengo, dove sono, dove vado, dopo anni di torpore apparentato all’angoscia. Quella mia nostalgica e rabbiosa allegrezza, mi rendo conto, ha ancora una casa. E l’unico posto in cui puoi sentirti così è soltanto dentro un’opera d’arte in cui si lotta e si ama con convinzione, di nuovo. Finalmente. Da qui in avanti il viaggio poetico e musicale prosegue attraverso paesaggi d’inquietante abitudine. Risulta evidente il riferimento ad un mondo verissimo, schifosamente decorato da figurazioni e monumenti innalzati alla gloria dei peggiori criminali. Questa volta, però, lo scalpello è passato tra le mani di quattro persone intensamente connesse a ciò che è più vero del reale: due milioni di morti e sto bene lo stesso, racconta La Guerra del Golfo, senza far sconti morali a nessuno. Del resto, più offensiva della guerra, esiste soltanto l’indifferenza. Il coinvolgimento nostro, come consorzio umano, è totale: nitrato di ammonio e polvere d’alluminio piovono su tutte e tutti, non solo su chi meno ha e, a questo mondo, serve più da morto che da vivo. La logica assurda del potere recita sempre lo stesso tormentoso ritornello: un morto nutre, un vivo è da nutrire. Sembra ieri che andavamo a scuola, si dice in Minutegirl, e correvamo ad imparare che l’accettazione è un primo passo verso il cambiamento o, a bullone più stretto, che l’emotività deve diventare un superpotere. Nulla di più insolente e volgare ci è stato chiesto di interiorizzare per lungo, lunghissimo tempo. Ogni singola traccia di questo album smonta pezzo per pezzo la retorica della vita sfiorita, anzi, marcita. La speranza immortale che la furia umana si sedi non è lasciata al caso, ma diventa una chiamata aperta a noi che siamo vive e vivi, con buone probabilità almeno fino a domani, a noi che dove vogliamo andare io non lo so e non lo sai neanche tu: l’accusa, in Follow the money, si schianta dritta su muri intimi innalzati con più perizia di quanta ne abbiamo sperimentata negli ultimi 60 anni di omicidi bianchi in edilizia scolastica e sanitaria. Sono muri che tremano per ricordarci senza troppa clemenza che cambiare è faticoso quanto imprescindibile, soprattutto quando il paese ha l’impressione che la vita non è male oggigiorno a Milano (Il miserabile), la città simbolo dell’esclusione, dell’abbandono, della spersonalizzazione creata a tavolino, dove ti immergi in un progresso che è - dice Più forte che puoi - come ritornare indietro a secoli fa, un film così brutto che o ti addormenti o te ne vai. In alcuni casi, nemmeno troppo sporadici poi, la realtà è che te ne vai per sempre, su un materasso lurido e nell’imperturbabilità generale, in pieno centro storico. E che storia, gente. In questo delirio d’onnipotenza elitaria e disto-tipica, però, i partigiani esistono ancora. Eccome. Alcuni restano, come i nostri Cattivi Maestri; altri partono, come il fratello Lorenzo Orsetti, con lo stesso spirito carico d’insensato e necessario amore che, nel turbamento, ci fa chiedere Non hai paura? Potresti non ritornare più (La città del sole). In fin dei conti sono queste le persone che, più di altre, rimettono in moto la discussione e il corpo emotivo attraverso cui la conduciamo: la nostra personale massa di rovine e rattoppi, martoriata tanto dalle guerre meccaniche quanto da quelle interiori, ci suggerisce che possiamo salvarci soltanto amando con dolce insistenza un mondo che, inquieto e costante, tende ad amare molto meno. Che a spaccarci siano stati i soldi, le incertezze di ogni mese o forse questa guerra che ogni giorno coviamo dentro di noi (Anita) poco importa: siamo un organismo universale divelto che rischia di perdere ogni capacità di comunicazione sincera, povere bestie più o meno fortunate che non si ascoltano e non si parlano, che non si guardano negli occhi se non per incolparsi e scaricare il barile da cento sulle spalle di chi ne porta già a sufficienza. Tanto, che importa: meglio a te che a me, no? …ma tutti veniamo buttati nel cesso prima o poi, ci incide sullo stomaco a rovescio il poeta Emidio Paolucci, veicolato da Pierpaolo in Dieci Anni. In un massimo momento di onestà intellettuale ti dici che tutti ci sentiamo così almeno una volta nella vita, mentre in fondo ancora credi non possa capitarti mai di tradire ed essere tradito, non a te, di sentirti fuori luogo dove sei cresciuto e diventato uomo e dove ti appresti a diventare vecchio. Eppure, signore e signori, non credo esista luogo al mondo in cui stia effettivamente capitando qualcosa di diverso. Le patrie galere che ingoiano ogni preziosa perturbazione per intero. Negli ultimi mesi non sono mancate interviste e manovre esegetiche. La novità, perciò, non è tanto sapere che questo disco parla di guerra, di ultime e ultimi, di prepotenza patrocinata, di ambienti devastati, di frammentazione e disgregazione umane per mano dell’umanità stessa. Di fatti piuttosto urgenti, insomma. La vera riforma connaturata a questo pensatissimo e necessario lavoro sta piuttosto nell’impeto di gioia sanguinante che esso riporta sul palco e al presente, per proiettarlo nel futuro. È il rigurgito riluttante di un vero e proprio collettivo artistico che si propone con ultragentilezza post industriale di far rifiorire un germe eretico indispensabile. Ed è così che lo sterile dedalo è improvvisamente una valle di fiori infuocati da piangere assieme. Rigorosamente dal vivo. Pierpaolo Capovilla e I Cattivi Maestri sono lucciole pasoliniane finalmente ritornate a demolire la Montedison della nostra anima artificiale. Hanno deciso di escogitare un’operazione quasi michelangiolesca e ragionevolmente disperata, seppur scevra da qualsivoglia pietismo e perbenismo. E vi canto di cuore suggerendovi di credermi, se vi dico che non assistere al loro concerto è un colpo basso all’ultimo barlume di senso civico cui possiamo aggrapparci, ora come ora. In queste mie parole abitano senza dubbio il rispetto e l’affetto che l’istinto mi suggerisce, ma non esiste venerazione. La venerazione è cieca e io, purtroppo e per fortuna, sento ancora di vederci benissimo.

Eleonora Davoli